Nel vastissimo ed eterogeneo
panorama dei flautisti italiani dell’Ottocento,
fino alla estreme frange del primo Novecento,
la figura di Leonardo De Lorenzo si pone in
una posizione di preminenza, non solo per la
qualità, la quantità e l’indiscusso
valore intrinseco dell’opera svolta, ma
anche per le valenze socio-culturali legate
all’emigrazione di fine secolo ed alla
lenta sprovincializzazione dei musicisti appartenenti
alla gloriosa quanto sfortunata cultura meridionale.
Senza voler sollevare polemiche di natura
storica, è indubbio che l’assoluto
splendore musicale (e non solo) della Napoli
borbonica si andò rapidamente offuscando
dall’Unità d’Italia in avanti,
finendo in un contenitore, di pur nobilissimi
fermenti, in cui non si seppero più riconoscere
le matrici originali, le sostanziali differenze,
gli autonomi procedimenti di sviluppo.
Divenne
d’obbligo, anche per “l’intellighenzia”,
come già per i braccianti agricoli, il
divenire “emigranti” rivolgendo
lo sguardo oltre i confini dell’Europa
delle Nazioni. Certamente diverse condizioni
politiche, economiche e di sudditanza culturale
non avrebbero mai consigliato la ricerca “altrove”
di una identità a lungo e faticosamente
cercata ed ora negata, ma Leonardo De Lorenzo
comprese istintivamente la necessità
di ampliare le proprie esperienze e consentire
maggior respiro alle esigenze del suo messaggio
artistico che andava disegnando un’architettura
di portata planetaria proprio in ragione della
confluenza di diversi assi culturali che, coniugando
la tradizione con le istanze più moderne,
avrebbero informato la nuova generazione dei
virtuosi.